Dilemma social: sfogli o cinguetti?

Dilemma social: sfogli o cinguetti?
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Momento imprescindibile dell’intera esistenza umana è senz’ombra di dubbio la scelta:

  • Beatles o Rolling Stones? – [leitmotiv generazionale in voga nei favolosi anni ’60 che probabilmente oggi troverebbe seguito scadente nell’accoppiata Wanted vs One Direction]
  • Biscotti o salatini? – [Mantra pronunciato da un esercito dialettalmente assortito di assistenti di volo Alitalia, con l’orgoglio professionale di chi propone opzioni del calibro di gamberoni imperiali e pesce spada]
  • Destra o sinistra? – [alternativa non necessariamente attinente alla sfera politica, ma più spesso rivelatrice di un compagno di viaggio che ha scarso senso dell’orientamento o dei principi della chiromanzia]
  • Facebook o Twitter?

Fonte: https://pbs.twimg.com/media/B0OAdn_CUAApDro.jpg

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Buio. Occhi sgranati e labbra serrate per il timore che la risposta errata sancisca la tua esclusione dal mondo sociale, l’iscrizione del tuo nickname a caratteri cubitali nella cerchia dei bannati, un video dei The Jackal che ti deride per nove terribili minuti consecutivi. Tranquillo, riprendi fiato, che per fortuna non sei davanti ad un aut aut ma ai due consoli del foro digitale per eccellenza e non c’è rischio di finire come l’asino di Buridano, che muore di fame per non sapere quale mucchio di fieno scegliere tra due uguali: Facebook e Twitter, Twitter e Facebook. “Che barba, che noia, che noia, che barba”, direbbe Sandra Mondaini, agitando i piedi sotto le coperte. E pure io dico la mia sulla questione, un commento squinternato, una manciata di tweet al volo sulla metro. Il tutto sommessamente, in punta di tastiera per non svegliare Raimondo, il cane dei vicini.

 

 

 

Non passa giorno, insomma, senza che una nostra azione non realizzi scelte: siano esse la forma definitiva di desideri coltivati da tempo o la traduzione di voglie improvvise, le nostre scelte ci disegnano, ci raccontano agli altri e a noi stessi; ci fanno appartenere e tracciano la direzione -coerente o meno- del nostro incedere. Svincolandoci da sempre tra crisi (ossia il pre-scelta, dal verbo greco krino, che vuol dire separare per poi dunque scegliere, con criterio appunto) e fosse piene di senni di poi, ci siamo abituati a pensare duale, a ridurre tutto ad un conflitto di opposti, affinché la scelta di un polo piuttosto che di un altro potesse confezionare la nostra identità.

 

Fonte: screenshot_google_feb_2015

 

Nell’universo cibernetico, parallelo e coesistente, dove la mole di informazioni cui siamo sottoposti è gigantesca e inesauribile, l’eterno palleggio tra la zuppa e il pan bagnato non trova vita facile: dagli anni ’90 ad oggi il mondo social si è allargato talmente tanto (eccola qua una lista bella lunga -e addirittura incompleta- di social networking websites) che non sarebbe socialnettamente possibile trovare due contendenti e poi schierarsi a favore di uno solo: umanamente parlando, sarebbe come chiedere a un bambino (o a me medesima) di pescare un singolo cioccolatino dalla calza della Befana ed accontentarsi sorridendo. Ecco, appunto: impossibile.

Questo accade perché la sfida non è più tra rivali di pari valore; qui non si tratta più di scegliere se essere fan dei caschetti di Liverpool o dei “brutti, sporchi e cattivi” Stones: la sfida sta nell’interconnessione tra i social più usati, nella capacità che ciascun utente ha di sapersi destreggiare tra Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Google+, Youtube, LinkedIn e manovrarli, armonizzandoli tra loro dove possibile, a seconda dei propri personali obiettivi.

Ad eccezione di Instagram (mea culpa, ma ho poca memoria nello smartphone e molta voglia di usare la mia nuova macchina fotografica), le piattaforme social sopra elencate sono per me pane quotidiano: e allora, forse un po’ per nostalgia dei binomi anni ’60, un po’ per naturale comodità di sintesi, ristabilisco e riconfermo l’innata polarità: Facebook e Twitter.

Uno starnuto chiamato Tweet

Prima che Eco (Umberto, ndr) ipotecasse l’idea secondo cui:

«Benissimo i 140 caratteri di Twitter, sono un esercizio di scrittura che aiuta la gente a diventare sintetica, quando serve. In fondo, anche Gesù parlava in 140 caratteri: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Breve e c’è tutto».

la sottoscritta l’aveva già trovata la giustificazione intellettuale al bighellonaggio virtuale: Twitter come esercizio di sintesi.  Autoironie a parte, è stata proprio questa -per me- la spinta propulsiva all’uso consueto del social, essendo io per natura incline a produrre una sequela infinita di subordinate che nemmeno l’Arpinate. Snobbato dunque all’inizio per confusione e scetticismo, benedetto poi come rivisitazione commentata delle agenzie Ansa. Senza contare lo spassoso intrattenimento! Sì perché, veritas veritatum et omnia veritas, chi non si iscrive anche per avere occasione di cantarne quattro @matteosalvinimi o @DSantanche? E solo i miei followers sanno (ed ora pure voi) quanto io abbia atteso #Sanremo2015 per una satira senza fine:

Fonte: screenshot_twitter

Per chi non lo sapesse, Fabrizio Pulvirenti è il medico italiano di Emergency guarito dall’ebola. Ecco: se non avete riso prima, adesso non avete proprio scuse.

Curiosità ed egocentrismo corrono su Facebook. Solo quelli?

La mia anima disposofobica plaude all’invenzione di Zuckerberg, che è insieme album fotografico, tavola rotonda virtuale dove tra note (meno) e commenti (più), si chiacchiera tra amici, ci si prende in giro, si commentano foto, articoli, eventi, fatti di cronaca, film. Un “bar virtuale” (seconda eco di Eco), dove ogni pensiero è pubblicato in bella forma (non sempre da tutti, ahimé), collezionato insieme a centinaia di migliaia di pensieri, con buona pace della nostra capacità mnemonica e del nostro diario segreto, che ha l’ultima pagina ingiallita ferma al 2004. Lato oscuro? Piazza di paese con cicaleccio lecito, dove sbirciare le vite dei vicini (o dei lontani), bramosi di mostrarsi o semplicemente impudenti; amicizie finite per colpa di una dannata Aggiunta al gruppo in una chat sbagliata. Perdita della segretezza, opacità nella questione copyright e cessione a terzi di immagini, commenti e vattelappesca. Eccesso di condivisione. Sindrome cristiana da ricerca di apostoli. Insieme a ricette, selfie, fotografie di selfie, selfie di selfie. Una montagna di selfie. E poi, meraviglia delle meraviglie per i social addicted più accaniti, la possibilità di collegare Twitter a Facebook, battesimo sadomaso di questo popolo di colli chini che siamo diventati.

Allora: ancora nostalgia degli anni Sessanta?

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