Parola chiave: s-blog-garsi

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3 buone scuse per decidersi ad aprire un blog (e sondaggio in coda)

Ecco qua, ci risiamo: scrittori, compilatori sporadici, avventurieri della penna di tutto il mondo unitevi. Chi di voi, ad era digitale già inoltrata, non sente il bisogno, incombente come una fisiologica capatina alla toilette, di uscire fuori dal proprio recinto di cristallo (liquido, ndr), spazio semilibero concesso da Facebook & Co., e ritagliarsi una stanza tutta per sé, un luogo di rumore e passione dove spennellare in libertà senza paura di sporcare e sentirsi padroni di strillare a perdifiato? E qual è questa zona franca? Ovvia risposta: il blog.

Fonte: morguefile.com

Fonte: morguefile.com

 

Senza gli spazi di condivisione aperta e globalmente fruibili che sono oggi a portata di click, qualche anno fa la risposta al quesito appena posto sarebbe stata diversa e sarebbe stata accompagnata da erubescenze adolescenziali ed ammiccamenti al cassetto della scrivania: il blog di una volta si chiamava diario. L’unica, e per nulla irrilevante, differenza con quel passato che ci appare oggi così lontano è proprio la condivisione del pensiero in piazza, la totale assenza di segretezza, la libertà di espressione moderata dal buonsenso (che può anche essere del tutto assente quando, invece, si riversano dolori e gioie sulla carta) e dalle regole di un’onnipresente netiquette.

Dato quindi per assunto che ci piaccia scrivere (per il piacere stesso di farlo e di essere letti), che anche voi facciate già parte -chi più, chi meno- della schiera dei malati digitali, internazionalmente riconosciuti come social media addicted, e che dunque, in quanto tali, siate adusi a dedicare buona parte della vostra giornata bazzicando sulle piattaforme social (in media 2 ore e 29 minuti, Fonti: US Census Bureau, GlobalWebIndex Wave 11, gen 2014), aprire un blog dovrebbe essere il naturale approdo per noi, scrivani sognanti o pianisti indomiti della tastiera, bisognosi di trovare pace dopo tanto (spesso mercenario) errare.

Ne sanno qualcosa i miei compagni di sudate da palestra Iacopo Melio e Rita Fortunato, rispettivamente veterano e matricola del mondo dei blog: l’uno con l’ormai celebre #vorreiprendereiltreno, l’altra con il fresco (e profumato) paroleombra. Caparbietà, passione e volontà ripagano sempre (e ci conducono a braccetto al punto di cui sotto). Perché, dunque, rimandare?

 

Peanuts_Schulz Fonte: impin.it

Peanuts_Schulz
Fonte: impin.it

“Un blog è un luogo dove solitudine e socialità s’incontrano” (L. Carrada)

Dovrebbe essere approdo, già, dovrebbe. Il condizionale è, appunto, d’obbligo quando si tratta di decidere se imboccare o meno questa strada e dubbi ed interrogativi sono una costante ineliminabile (quantomeno per i comuni mortali con una buona dose d’insicurezza). Avrò abbastanza tempo da dedicare al blog? Ogni quanto dovrò aggiornarlo? E soprattutto: cosa scrivo? Lampi e tuoni mi scuotono il capo ogniqualvolta mi pongo questa domanda. Poi ho l’occasione di conoscere Luisa Carrada, autrice del blog “Il mestiere di scrivere“, decido di dargli un’occhiata, mi lascio conquistare dalla naturale conversevolezza del suo stile e, d’un tratto, l’idea di cominciare a riassettare un vano vuoto secondo i miei gusti non mi appare più così balzana. Una volta superata la muraglia cinese della paura, e prima ancora di aver deliberato alcunché di definitivo, sono arrivata a darmi persino 3 buone scuse -che valgono anche da linee guida- per aprirlo, questo benedetto blog:

1. Ordinare i pensieri alla rinfusa

Scrivere su un blog è scrivere con uno scopo: ritrovare una coerenza in sé che si considerava non sempre così evidente, a volte addirittura inesistente. La scrittura è un dolce pugno su un tavolo, una presa di posizione, una dichiarazione esplicita del proprio diritto ad esistere. Aiuta le emozioni a farsi avanti, ci aiuta a chiarire chi siamo e cosa vogliamo, ci dona quella solidità che con le parole “parlate” si disperde. Per fortuna che esiste un Platone per ogni Socrate anarchico (o semplicemente pigro).

2. Avere qualcosa da dire

Il timore più grande: aprire la bocca tanto per dare fiato alle trombe, senza aggiungere contenuti di valore. È vero che la rete è libera, che di spazio ce n’è a bizzeffe ma quanta soddisfazione dà il farsi autori di qualcosa di nuovo, di utile o, semplicemente, di bello? Qualche anno fa, sullo spazio blog de IlFattoQuotidiano.it, Dino Amenduni scriveva

Tutti noi, blogger, giornalisti, opinion leader digitali tendiamo a pendere dalle labbra dell’attualità, del quotidiano, del ‘tempo reale’. Quando c’è una notizia che ‘fa opinione’ non è difficile leggere decine, centinaia di post e commenti, spesso uniformi in modo stucchevole

A fronte di un’eccedenza di contenuti, a volte simili e a volte, addirittura, identici, e di una corsa alla visibilità vuota a tutti i costi, allontanarsi dal “pezzo” piuttosto che farne scempio da sciacalli è una sana decisione. Meglio un eremita pensante oggi che un pappagallo in più domani.

3. Affrontare il giudizio dei lettori

Non c’è cosa peggiore che innamorarsi delle proprie idee; appuntare ispirazioni su fogli volanti, sui biglietti della metro, su uno scontrino di tre mesi addietro ritrovato in una tasca del cappotto e lasciarle poi lì, a marcire senza riguardo, schiacciate tra due pareti di carta. Ferme. Tatuate sulla fronte del vanaglorioso ad eterna memoria di un’ispirazione che, seppur geniale, non potrà mai avere quel valore che invece possiede un messaggio condiviso con altri. Crescere vuol dire avere coscienza piena di ciò che si dice, senza temere lanci di uova e pomodori. Il confronto formativo prevede la possibilità di non ricevere approvazione. E lettori e commenti sono un’autentica benedizione.

I 3 titoli che ho in testa

Ebbene sì. Ho talmente tanta fiducia nel prossimo…lettore di Palestra Writer da non temere di “bruciare” dei titoli che la mia testa ha partorito in momenti di autentico enthousiasmós (riconosciuto invasamento dionisiaco) e che sono fonte di un temporeggiamento creativo e di una cura spasmodica per il dettaglio. [Per sì e per no, ho pensato bene di inviarne una copia al mio notaio (è un tedesco bavarese quindi Achtung!) ma sarà sufficiente la data di pubblicazione del suddetto post per mettermi al riparo dai furbastri plagiari della domenica].
Dal momento che la mia eterna colpa è concentrarmi sulle bazzecole, gozzovigliare sul filo dell’anagramma e venerare il dio Bartezzaghi, elenco qui di seguito i 3 titoli che riassumono alla perfezione la mia linea editoriale basata su quisquilie, giochi di parole ed imprevedibili colpi di testa e chiedo a voi, lettori fedeli o en passant, la cortesia di battezzare questa mia uscita allo scoperto e darle un senso con un commento, anche impietoso (vi prego di non risparmiarvi ma di…risparmiarmi).

1# Signorina Tinchi Tanchi
In onore di uno dei tanti nomignoli che il mio caro nonno Andrea era solito darmi con ironia bonaria piena d’amore e che, leggo ora a distanza di anni, era soprannome di Saro, uno dei due “scemi del villaggio” di Lentini

Immaginate una musica che accompagni …. Tinchi, Tanchi, Tinchi, Tanchi, Tinchi, Tanchi….. Una specie di rintocco di campane. Ma un pò stonate. Era per via del suo andamento dinoccolato. Sulla inseparabile bicicletta. Barcollava. Sinistra, destra. Destra, sinistra. Toscano sempre fumante in bocca. Giacca di fustagno marrone. Foulard rosso, legato con un doppio nodo al collo, svolazzante. Barbetta incolta. Girava per il paese. Andava al paese vicino. Tornava. Riandava. Non lo vedemmo mai camminare. Un giorno non lo vedemmo più.

Io non zoppico ancora, non ho la barbetta e non fumo. Spensieratezza folle è quel che colgo. E gioiosa irregolarità.

2# Il Capozzale
Titolo “pilota” inaugurato dopo una recente influenza, con tracheite annessa, che mi ha tenuto forzatamente a letto per 5 lunghi giorni (convalescenza cautelativa esclusa) e che anticiperebbe l’impronta umoristica un po’ nera, un po’ ocra, un po’ rosè di un blog di puro intrattenimento per lettori dalla risata facile.

3# Calembourro
Il destino nel nome: tra gli ingredienti di questa ricetta grassa e scivolosa c’è il desiderio di non annoiarsi, d’improvvisarsi enigmisti settimanali e trovare persone con cui ridere a denti stretti. O strutti.

Fatevi sotto con i commenti (che io penso a farmela sotto dalla paura).

 

7 Comments

  • CLAUDIA Posted 24 marzo 2015 20:10

    FANTASTICO. SCRIVI DIVINAMENTE!

  • CLAUDIA Posted 24 marzo 2015 20:12

    è un pezzo fantastico e tu scrivi, come sempre divinamente!

    • Giorgia
      Giorgia Posted 26 marzo 2015 11:07

      Arrossisco di gioia! Grazie 1000, Claudia! 😉

  • Vale Goretti Posted 25 marzo 2015 13:20

    Bellissimo, impeccale e divertente…un urra’ alla Signorina Capozzale! Regalacene ancora! 

    • Giorgia
      Giorgia Posted 26 marzo 2015 11:14

      Vale, non posso fare altro che ringraziare immensamente anche te per questi complimenti e per queste esortazioni a proseguire nella mia produzione di “quisquilie”. Intanto mi godo il momento di gloria e conservo questi integratori di autostima per i periodi di magra! Grazie ancora! 

  • Antonella Posted 9 aprile 2015 21:02

    Mi dicono che nel futuro (o fors’anche già nel presente, ma non ci credo) il termine “signorina” sarà abbandonato in favore del più formale “signora”.
    Se un tempo signora e signorina distinguevano una nubile da una sposata, oggi si è signore indipendentemente dal proprio stato civile. Il mio timore, in buona sostanza, è che nel futuro di cui parlano signorina sarà solo il ricordo della “signorina Silvani” del caro Fantozzi. Per carità!
    Sintetizzando e omettendo ulteriori elucubrazioni… perché non “Madame Tinchi Tanchi”?

    • Giorgia
      Giorgia Posted 22 settembre 2015 14:24

      Carissima Antonella, innanzitutto grazie 1000 anche a te per aver tenuto vivo il bizzarro sondaggio col tuo commento e mi scuso sin da ora per non averti risposto se non a tempo assolutamente “indebito”! Non so ancora come sia potuto accadere ma, come vedi, quella vena nostalgica che mi porta a ripiombare su articoli un po’ avanti con l’età è arrivata analogicamente laddove i percorsi digitali (di avviso email, ad es.) hanno incredibilmente fallito! Ad ogni modo, siccome non è mia abitudine lasciare nulla totalmente al “Caso”, rispondo subito al tuo interessante suggerimento dicendoti che, per quanto possa suonare probabilmente legittimo donare a questo titolo giocosamente nobiliare una patina oserei dire più elegante e un po’ meno rétro, mi sentirei di mantenerlo nella forma originaria, sia per quel carico di nostalgia e di affetto che lo caratterizzano, sia perché sono dell’idea che il “madame” dia l’impressione che io mi prenda troppo sul serio;)

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