Postazione da lavoro

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Premessa: la postazione da cui sto scrivendo fa schifo al momento. Letteralmente. Disordinata e piena di polvere. Credo che sia stato il mio subconscio a suggerirmi la scelta del titolo, una sorta di catarsi autoimposta diciamo.

Nel corso della mia vita lavorativa ho cambiato tante postazioni (che la flessibilità lavorativa noi la prendiamo sul serio!), lavorando sia come freelance, sia come dipendente. Diversamente da quanto pensassi inizialmente, le soluzioni adottate come dipendente si sono rivelate le migliori, almeno per me. E vi spiego perché.

Normalmente, la postazione freelance è ricavata in un angolo di un soggiorno adattato all’uopo, ché sono pochi i fortunati che hanno una stanza tutta per loro. Non sempre quindi l’illuminazione è la più giusta, la scrivania abbastanza grande, il silenzio abbastanza silenzioso. Quando lavoravo da casa, la mia postazione da lavoro era così conciata: (da sinistra) dizionario di italiano, vocabolario da/verso lingua del momento, macchinina di Lego (“Hai visto mamma come sono bravo?”), lampada da tavolo, pc, cavo attorcigliato dello stesso che finiva nella ciabatta che si attaccava all’altra ciabatta che finiva nella presa elettrica, fogli con appunti, cellulare, bicchierone con penne e matite, merendina smangiucchiata; a destra accasciati in terra, altri fogli, fogli disegnati, figlia che colora, fazzolettini usati. Ci ho provato, davvero, ad applicare quel rigore che ritenevo necessario, ma con scarso successo. Anche perché poi, al di là del poco spazio e della troppa compagnia, subentrava la scarsa comprensione di chi lavora o ha sempre lavorato con orari prestabiliti: chiamate in qualunque momento (tanto sei a casa tua), autoinviti per il caffè (che passavo di qui), e decine di “passaci tu dai, che puoi andare quando vuoi”.

Da circa quattro anni, come dipendente, sono così organizzata: (sempre da sinistra) calendario, cellulare, cornetta citofono, telefono, apri-cancello, calcolatrice (si sa mai), Mac di non ultima generazione, planning da tavolo, post-it colorati per segnalare le pagine delle riviste, tazzona del tè, mega bicchierone porta penne, bottiglia di acqua, fogli per appunti; a destra sempre a terra ma non accasciata, cassettiera color arancio fluo con rotelle. E di spazio, credetemi, ce ne sarebbe ancora volendo (ora non oggi proprio, ma insomma, avete capito). E tanta luce naturale. Non saltiamo alle conclusioni: la mia attuale condizione non è idilliaca, perché in condivisione con una capoufficio fisicamente impossibilitata a scendere sotto un certo valore di decibel e con altre persone dotate di telefoni, ma almeno siamo tra adulti, c’è rispetto del lavoro e degli spazi altrui. Però devo ammettere che anche le esperienze vissute in altri uffici si sono rivelate più gradevoli per me e più produttive.

Ma, e il ma ci vuole qui, questo non significa che sia servita così, altrimenti perché esercitarsi in Palestra per poi non mettere in pratica quanto appreso? L’idea è quella di tornare a lavorare freelance, soprattutto adesso che i due nani vanno a scuola e che non sono costretta a raccattare Lego e merendine ogni tre passi. Ma, se mai riuscissi nell’ardita impresa, e dato che una nuova casa non è al momento in preventivo, credo che opterei per il coworking: ho capito che il giusto spazio, inteso come dimensioni, è per me essenziale, per lavorare bene e con la concentrazione necessaria.

Da non sottovalutare poi che quel famoso caffè andrebbe preso in un bar, almeno così si offre una volta per uno!

photo credit: morguefile

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